Materia

Esistono artisti attratti dalla materia. Il '900 ha esaltato questa relazione lungo un corso di eventi espressivi che hanno allargato i confini dell'ispirazione plastica, segnando la tela, dallo sguardo che cerca di cogliere la corporeità della luce fino ai collage di Braque e Picasso, passando per la creatività Dada, fino a esplodere nel torno della seconda metà del XX secolo, da New York a Parigi e in Italia attraverso la sensibilità di Burri, la sintesi visionaria di Fontana, l'esperienza fugace e intensa del "Gruppo degli Otto" di Lionello Venturi, fino a Emilio Vedova, forse il più cospicuo. E poi, ragionando senza vincoli, presentandosi nelle forme più varie attraverso Kounellis e Parmiggiani, Papetti e Congdon, Paladino e De Maria, "Arte Povera" e "Transavanguardia", movimenti artistici  nati dalle intuizioni di Celant e Bonito Oliva. Emerge una corrente italiana, originale, profonda, potente, che ha sviluppato un rapporto radicato e insaziabile, ardente e vivo, con la materia. Un legame che ancora oggi presenta nuovi epigoni come nel caso di Monica Bonaventura.

L'arte è sempre una tecnica.
Questa parola, "tecnica", non giunga astratta, fredda, distratta: possederla in un atto creativo è una forma di sensibilità, una sintassi estrema, un codice che rivela, un mondo nutrito, vissuto, nel gesto del contatto.
Quando un sasso diventa la "mia" pietra.
E un package industriale destinato al rifiuto, diventa il "mio" talismano o amuleto.
E una tela il giaciglio di ogni possibilità.
Esiste, dunque, un carattere antropologico fortissimo nel quale la materia è la protagonista dell'incontro e della trasformazione.
L'algida, silenziosa presenza nasconde.
L'artista avverte l'appello che ad altri sfugge come inesistente, come un nulla.
La trasformazione, per costoro, ignari, è un transito dal nulla fino al nulla: quel che era non è più, ciò che è, non sarà.
Eppure, quel passaggio incerto è sempre un "ciò che è", un mistero, l'enigma della cosa per come essa appare, tangibile, essente, ricordo degli eterni, come ci ha insegnato a pensare Emanuele Severino.
Allora, quel mondo fatto di cose diviene enorme, sconfina, sogna le mani e gli occhi, aromi e suoni.
Infine, atmosfere: la prima impressione, repentina, del vissuto corporeo, il corpo umano e il corpo della materia, l'incontro, il significato trasceso dall'irrazionale.
Così, il testo pittorico diviene palpabile e si nutre di sensibilità: inutile tentare una via semantica quando l'unico significato è nella sensazione e nella sua immediatezza.
L'artista pone se stesso in questa prospettiva: quella di un corpo che si lascia attraversare dalle percezioni visive, tattili, dal suono sordo o acuto di frammenti, dal mischiarsi e dal corrompersi di piccoli mondi soggetti alla violenza del cambiamento.
Ogni opera, dunque, è espressione del linguaggio di un corpo che abbia saputo intessere un dialogo con gli elementi.
Questa è la traccia che distingue l'artista "materico" da ogni altro.


Ed è il caso, affascinante, di Monica Bonaventura.
Poliedrica, riesce a transitare dalla tela al "riuso creativo" fino alla "geek jewelry, i gioielli "disadattati" ai quali l'artista veneta è capace di dare nuova vita con sorprendente estro.


Figlia del suo tempo come poche, è anche epigone di una tradizione italiana molto profonda, qualcosa che Bonaventura sente incarnata e che fa di lei un "unicum" con le sue opere.


Voglio provare a spiegare fino in fondo questo concetto, senza il quale cogliere la dimensione artistica di Monica Bonaventura è impossibile.
Occorre entrare in una stanza delle "meraviglie" per incrociare il panorama artistico del secondo Novecento, quello che dopo aver respirato gli echi avanguardistici e con essi ogni forma di sperimentazione, scelse per l'arte vie senza più confini, immaginando come ogni elemento del mondo potesse racchiudere in sé una forma possibile o un'estrema possibilità.
Nulla è più scontato.
Tranne l'esigenza della manipolazione, della trasformazione, della sperimentazione.


In questa enorme stanza, l'immaginario dell'artista non può nutrirsi di un modello, di una "maniera" che non è riproducibile come accadde nel passato.
L'unica tendenza è nell'esempio di libera espressione: l'arte chiede all'artista qualsiasi forma, lo spinge verso tecniche inaudite, lo sollecita a osare annullando ogni limite.
Un esempio, dunque, null'altro che un esempio modellato sulla libertà creativa.


Ma in questa "stanza" si respira anche l'atmosfera "pop" dell'arte come atto di comunicazione sociale, di esperienza conviviale, di relazione e di scenario, d'interpretazione e di coinvolgimento.
Il caso evidente proviene dal panorama musicale che mutò profondamente in quella seconda parte del XX secolo, trasformando la performance in bisogno ancestrale della danza sfrenata, della nota esaltata, della teatralità dell'evento.
La vita e l'arte coincidono nel "sentire" più che nel dire.
Si realizza l'antico sogno ottocentesco di Schopenhauer: 
«Se percepiamo più facilmente l'idea nell'opera d'arte che nella contemplazione diretta della natura e della realtà, ciò si deve al fatto che l'artista, il quale non si fissa che nell'idea e non volge più l'occhio alla realtà, riproduce anche nell'opera d'arte l'idea pura, distaccata dalla realtà e libera da tutte le contingenze che potrebbero turbarla.»
Ed ecco che "l'idea pura", nel suo mostrarsi, non è che sensuale partecipazione poichè solo in questa forma è possibile coglierla, appunto, sentendola con il corpo.
Lasciando che ogni relazione artistica divenga relazione di corpi, materia che urta altra materia.
Solo in questa relazione si costituisce il significato finale di arte per l'arte, di "ars gratia artis" nella forma di puro atto estetico.
Monica Bonaventura ha introiettato in se stessa questa visione dell'arte.
Ma parlare di "visione" sarebbe improprio: l'artista veneta ne ha fatto un modo di sentire la vita come arte.


Le sue opere hanno bisogno della sua presenza, perchè in quella vicinanza si può cogliere la traccia della passione profonda che le ha costituite.
Paradossalmente, ogni opera di Monica Bonaventura rimane orfana della sua matrice, come nella mitica unità dei corpi spezzati da Zeus che vagano alla ricerca dell'anima gemella.
Tanta è la forza che l'artista riesce a imprimere nelle sue produzioni.
Ecco l'unicità che la caratterizza: osservando tele come "Oltre", "Perchè" oppure "Universo" o il sorprendente "Vento", ho avvertito una mancanza, un distacco, un anelito, come se l'apparire dell'evento espressivo portasse con sé la nostalgia della mano, la struggente ricerca del contatto tattile perduto, la sensualità del gesto ormai ricordo.


Questo indizio, indelebile, rimane impresso sulle sue tele come in ogni oggetto sottoposto alla sua sensibilità, alla pregnanza della sua violenza dolce e appassionata sulla materia.
Perchè ogni incontro con la materia è un atto di violenza necessaria al suo divenire, al suo apparire "eterno": ancora una volta, il riferimento torna al pensiero, imprescindibile, di Emanuele Severino.
Il mare non si può solcare senza ferirlo.
Allo stesso modo, l'incontro artistico con Monica Bonaventura è una ferita che lascia il segno, qualcosa che non può essere ignorata, una pregnanza che rimane fusa nelle sue opere.
Un calore perenne.
Di materia incandescente.
Di materia viva, ansimante, che impone spazio all'espandersi del respiro.
Semplicemente, di materia, ormai sua.
In dono a chi sa coglierne la preziosa origine.

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